Nel mio palazzo, a Trapani, conoscevo un bambino, credo si chiamasse Alessandro con il quale condividevamo la passione per gli scacchi…

Spesso ci incontravamo a casa sua a giocare match “a 10″ che non significa a 10 minuti, ma 10 vittorie per vincere il match. Eran partite giocate senza supporto dell’orologio, quasi tutte basate su strutture spagnole (per i neofiti: comincianti con sequenze tipo 1) e4 -e5 2) Cf3 – Cc6 3) Ab5 – …). Che rabbia  quando perdevo una partita! Non dovevo solo accettare la sconfitta, ma mi dovevo sentir dire che ero uno scarsone, che mi dovevo dare all’ippica ecc.. (era odiosissimo quandi mi ripeteva “Sei proprio un bambino!”). In qualunque caso non ricordo di aver mai perso un match con lui (tiè!).

A culminare il tutto decidemmo di coinvolgere Rino, un bambino (con la passione del risiko) più grande di me che abitava al piano di sotto, suo cugino, mio padre e mia sorella (credo) in un torneo di scacchi, valido per il titolo di campione del quartiere. Dopo le fasi eliminatorie in semifinale ci trovammo da una parte io contro mio padre e dall’altra Rino contro Alessandro. Rino vinse dopo una partita fatta praticamente solo di cappelle (leggasi grossi errori) da una parte e dall’altra. Incredibilmente riuscii a perdere la mia partita con mio padre dopo aver fatto due sacrifici molto dubbi (leggasi come prima grossi errori). Mio padre accetto’ semplicemente quei pezzi vincendo la partita senza faticare più di tanto (in realtà secondo me non capì nemmeno che quelli erano per me dei sacrifici atti ad aprire il gioco e ottenere una certa superiorità). In quel periodo ero e mi sentivo più forte di tutti, purtroppo sulla partita secca poteva succedere di perdere. Comunque alla fine mio padre vinse quel torneo e io mi qualificai terzo dopo aver vinto contro l’altro semifinalista. Tenevo molto a vincere quel torneo, ma dovendo scegliere con chi perdere, mio padre era la persona indicata, per cui non ci rimasi molto male per il risultato ottenuto.