Il mio primo avversario e maestro è stato mio zio, una persona tanto simpatica e allegra quanto agguerrita e tenace. Al tempo non partecipava a tornei ufficiali di scacchi…

(Ma il participio passato del verbo competere come fa???), ma era comunque molto bravo, battuto solo in famiglia da mio cugino, suo figlio. Lui mi insegnò bene le mosse e le regole base e attraverso alcune partite mi faceva capire i miei errori. Ci potevamo vedere solo a Natale e a Pasqua e ogni volta aspettavo quel momento per affrontarlo di nuovo. Mi affascinava molto quel gioco dalle regole così semplici ma dai risvolti così complessi. Ricordo una partita dove avevo molta paura di fare mosse aggressive, non volevo “disturbare” l’equilibrio posizionale che aveva creato mio zio sulla scacchiera facendo lui le sue mosse e consigliandomi le mie (ero ancora un bambino). Mio zio, probabilmente per disattenzione (con me non si impegnava molto) non si accorse che avevo la possibilità di dare scacco matto spostando la torre sull’ottava traversa. Io vidi la possibilità, ma pensavo “Chissà cosa sarebbe successo se spingevo la mia torre là sotto”; presi la mia torre e la spinsi solo fino al punto da minacciare la sua donna al centro della scacchiera, e non il suo re. Lui guardò la mia torre e poi mi chiese come mai non avessi visto la possibilità di vincere la partita. Non risposi nulla.